Chef di cucina Domenico Laddaga

Chef di cucina Domenico Laddaga

Io cucino partendo da una sola certezza: se la materia prima è vera, il piatto parla da sé. Non mi interessa “costruire” sapori con effetti: mi interessa riconoscerli e rispettarli. Un pomodoro deve sapere di sole, un burro d’alpeggio deve profumare di latte e pascolo, un’erba raccolta nel momento giusto deve avere quella nota netta che ti ferma un secondo. Il mio lavoro comincia molto prima dei fornelli: scelgo, assaggio, torno a scegliere. Cerco mani pulite dietro ogni prodotto, persone che rispettano la terra, il tempo, gli animali. Perché in cucina si può correggere tanto, ma non si può inventare la qualità.

Sono nato in Puglia, e la Puglia mi ha insegnato l’essenziale. Mi ha insegnato che l’olio non è un dettaglio finale: è un ingrediente, una voce. Mi ha insegnato che le verdure non sono “contorno”, ma cuore; che la semplicità non è povertà, è precisione. Mi porto dentro quel senso di luce: l’acidità che rinfresca, l’amaro che pulisce, il sale che deve essere misura e non rumore. E soprattutto mi porto l’idea che il buono non si traveste: si rispetta.

Io non inseguo l’effetto. Inseguo l’armonia. Voglio che ogni piatto stia in piedi da solo, senza trucchi: che il gusto sia chiaro, che la materia si senta, che la tecnica rimanga dietro le quinte. La cucina, per me, è un atto di responsabilità: verso chi produce, verso chi assaggia, verso il territorio che ci ospita. Per questo mi interessa la stagionalità, mi interessa il tempo, mi interessa togliere ciò che è superfluo.

E poi c’è il dialogo tra Nord e Sud, che per me non è un concetto: è un equilibrio quotidiano. Il Nord mi dà struttura, misura, silenzio. Il Sud mi dà luce, freschezza, movimento. Nella pratica significa un piatto che sa essere profondo ma anche arioso; ricco, ma con un’uscita pulita; caldo, ma attraversato da una nota viva. A volte è un olio buono che lega e illumina. A volte è un’acidità sottile che apre. A volte è una verdura trattata come protagonista, capace di riportare tutto in asse.

Io voglio che chi assaggia capisca subito cosa sta mangiando. Non voglio giochi di parole, voglio verità. Una cucina che non traveste, non copre, non esagera. Una cucina che si prende la responsabilità del “poco”, perché il “poco” è difficile: ti obbliga a essere onesto e ti obbliga a scegliere bene. E quando scegli bene, non ti serve altro.

Questa è la mia cucina: netta come l’aria di montagna, calda come il sole italiano. Un ponte tra Nord e Sud costruito con rigore e servito con semplicità. Sincera, perché non deve convincere: deve solo essere buona.

Io cucino per questo: per regalarti una sera in cui la montagna e l’Italia si incontrano nel piatto, con semplicità e rigore. Tu devi solo sederti. Al resto penso io.

Eccellenze Italiane

N.26668

Eccellenze Italiane

N.26668

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